[Mostly Weekly ~380]
L'ultima cosa umana
A cura di Antonio Dini
Numero 380 ~ 14 giugno 2026
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Intanto, buona lettura.

La più grande ricchezza è vivere contenti di poco
– Socrate (in Senofonte, Memorabili)
Editoriale
Il problema dei tre problemi
Come avrete notato nelle ultime settimane ho un po' cambiato il formato di Mostly Weekly. Se prima qui si portavano tanti link con relativamente pochi commenti (casomai introduzioni e contesti per capire meglio), adesso ci sono meno cose più lunghe. Ho già fornito una spiegazione due settimane fa, rifacendomi nientepopodimeno che a Blaise Pascal e alla sua lettera venuta lunga perché non aveva avuto abbastanza tempo per scriverla più breve. Il che è il primo problema dei tre che danno origine a questa soluzione di formato. È congiunturale (sono stato a giro per lavoro e ancora devo viaggiare, questo giugno) ma la scarsità di tempo non è l'unico motivo.
Analizzando meglio quello che sto facendo mi sono reso conto che ci sono altri due problemi. Entrambi legati all'intelligenza artificiale. Da un lato, ci sono sempre più contenuti apparentemente interessanti ma in realtà molto "shallow", poco profondi, cioè superficiali. È un altro modo per parlare di AI slop. Vengono scritti a manetta, per saturare gli spazi e generare traffico (suppongo) sia da persone che non avrebbero di per sé molto da dire sia da persone che magari sanno scrivere ma che in questo modo aumentano la propria presenza moltiplicando le cose che possono fare (l'idea, nelle reti sociali, è saturarle di propri contenuti).
Dall'altro lato c'è il proliferare di altre newsletter, anche queste a occhio e croce fatte aggregando contenuti cercati con l'AI e impaginati e scritti con l'AI. Le mie fonti (seguo un sacco di newsletter) si stanno inquinando sempre di più con la qualunque raccolta ovunque. Millemila "notizie" o informazioni raccolte e aggregate e contestualizzate (più o meno) e spesso mal tradotte o mal capite. Niente che un autore scarso o comunque mediocre di newsletter non facesse anche prima, solo che adesso gli infaticabili bot ne fanno tonnellate e anche quelli "bravi" le sfruttano per allagare le proprie newsletter. Senza contare poi i pochi social dove ancora ho il coraggio di avventurarmi (Threads, Instagram, LinkedIn, Bluesky).
Insomma, in maniera più o meno istintiva, soprattutto perché mi piacciono i format fino a quando non mi annoiano, ho cominciato ad agitarmi. Invidio chi fa una newsletter di dieci-link-dieci e ho finito (tipo Link molto belli (opens new window) di Pietro Minto) perché lo vedo come un hobby sostenibile nel medio-lungo periodo. Ci ho provato (a fare una versione di Mostly più sostenibile per me) ma non sono così sobrio. Sono più loquace, che ci volete fare.
Però, ecco, se vedete dei cambiamenti nel formato è perché il mio senso di ragno mi dice che la scena delle newsletter, e più in generale quella delle cose scritte e condivise su internet, sta evolvendo. L'AI ci mette lo zampone, ovviamente, però non solo: le dinamiche sottostanti sono sociali. Vedremo dove mi porterà. Stay tuned.
Importante
WWDC26
A inizio settimana c'è stata la WWDC 2026, la conferenza per gli sviluppatori di Apple a Cupertino, l'ultima di Tim Cook. Due cose mi sono rimaste appiccicate. La prima è la polemica con la Commissione europea: Siri AI non arriverà in Europa, almeno per un po', e si è scatenato il consueto coro di lamenti su Bruxelles che frena l'innovazione. Vabbè, ne abbiamo lette altre cento uguali e ne leggeremo altre cento, peccato che abbia ragione l'Ue.
La seconda cosa è molto più interessante, almeno per me: il cambio di passo sull'aspetto grafico di macOS e degli altri sistemi operativi Apple. Il caso più clamoroso (opens new window): in macOS 27 Golden Gate sono finalmente sparite quelle iconcine inutili e inconsistenti accanto alle voci dei menu, introdotte con Tahoe e bersagliate da mesi da designer e sviluppatori. Le linee guida di interfaccia sono state aggiornate di conseguenza, con l'indicazione di usare le icone nei menu con parsimonia e solo quando hanno davvero senso.
Quello che mi interessa non è la singola icona in più o in meno, ma il segnale che sembra esserci dietro. Non si tratta solo di un ciclo di ottimizzazione del codice, delle solite promesse di velocità e stabilità che Apple fa ogni anno. Sembra che dal punto di vista visivo il "male" degli ultimi tempi, quella deriva un po' da app Android che aveva preso piede con Tahoe, se ne sia andato insieme alle persone che lo avevano portato dentro Apple. A quanto pare, sostengono fonti interne, la dipartita di un pacchetto di designer legati a una figura controversa passata a Meta (Alan Dye) ha dato il via a un nuovo corso che piace sia dentro che fuori. Se è vero, è una di quelle cose piccole che però sono il vero motore dei grandi cambiamenti nelle aziende. Speriamo in un anno di sistemi operativi con interfaccia ridisegnata in meglio, ottimizzazione dei motori sotto il cofano e vecchi bug finalmente eliminati.
Italiana
Guidare
Il ragionamento di Finanza Cafona (opens new window) (lo conoscete?) su perché convengano le auto usate (ma le definisce in un altro modo) è intrigante, anche se non tiene conto dell'aspetto ambientale. Va detto che in generale parlando di auto, nuove o vecchie che siano, l'aspetto ambientale passa evidentemente in secondo piano.

Multimedia
Perfect Days
Una mia amica sta per finire un periodo di lavoro a Tokyo, e si è organizzata un giro per fotografare tutte le toilette pubbliche che compaiono in Perfect Days (opens new window) di Wim Wenders. Il film nasce come una serie di documentari brevi per testimoniare la riqualificazione di diciassette bagni pubblici nella zona di Shibuya, progettati da architetti giapponesi famosi nell'ambito del Tokyo Toilet Project (opens new window), poi Wenders ha deciso di farne un film vero, con un addetto alle pulizie come protagonista. Il risultato lo conosciamo e probabilmente l'abbiamo visto tutti: è arrivato fino agli Oscar, e oggi quelle toilette sono diventate una meta di pellegrinaggio.
Il fenomeno non è nuovo, ma resta sempre sorprendente soprattutto per chi studia il linguaggio e la rappresentazione della realtà. Un film prende un luogo qualsiasi, gli dà una luce e una storia, e quel luogo cambia statuto. Le toilette prima erano dei semplici bagni pubblici, oggetto di imbarazzo collettivo in Giappone quanto altrove. Dopo sono diventate "le toilette di Wenders", architetture da fotografare con la stessa cura riservata a un tempio o a un'altra attrazione turistica. Il cinema lavora come filtro sopra la realtà e il suo effetto non se ne va più: chi cammina per Shibuya con il film in testa vede cose che chi non l'ha visto non vede. Questo produce un senso che rende una passeggiata "consapevole" e diversa da un altro attraversamento della stessa zona.
Quello che mi affascina è che l'effetto funziona molto bene con i film, ovvero con le arti visive, molto meno con i romanzi. Cioè, un po' sì, ovviamente, ma a un film bastano un'inquadratura giusta e una storia che si attacca al posto, e una città intera acquisisce uno strato narrativo in più. Di questi strati Tokyo ne ha già parecchi, sovrapposti uno sull'altro nei decenni, ma questo è oggettivamente uno dei più strani: monumenti urbani piuttosto banali (qui uno potrebbe citare i Vespasiani dell'antica Roma) che sono diventati famosi non per quello che fanno, ma per il modo in cui un regista tedesco ha deciso di guardarli. E adesso, grazie a quel film, c'è un percorso nuovo e un modo nuovo per attraversare una fettina di Tokyo.
Tsundoku
Taiwan Travelogue
Sono tornato da una settimana a Taipei e poi a Tokyo. È una strana combo, di quelle che fanno viaggiare la mente in mille direzioni diverse, con stimoli parecchio diversi. Come questo libro. Torniamo indietro: maggio 1938. Taiwan non è ancora il gigante tecnologico che conosciamo, ma una colonia dell'Impero giapponese chiamata la "Terra del Sud". È qui che si apre Taiwan Travelogue (opens new window) di Yáng Shuāng-zǐ (楊雙子), romanzo che ha appena vinto l'International Booker Prize 2026 (opens new window), primo libro in cinese mandarino a riuscirci (in italiano lo pubblicherà Fazi nel 2027 (opens new window)). La protagonista è Aoyama Chizuko, scrittrice giapponese che sbarca sull'isola apparentemente lontana dalle mire imperialiste di Tokyo, mossa solo da un appetito formidabile e dal desiderio di scoprire la cucina e la vita autentica dell'Ilha Formosa, la "bella isola" come dicevano i portoghesi.
La dominazione giapponese, dal 1895 al 1945, è un periodo ambiguo della storia taiwanese. Tokyo impose una modernizzazione forzata, costruendo ferrovie e scuole, e lasciò un'impronta ancora visibile oggi, oltre (e questo è strano, a pensarci) a un sentimento più sfumato rispetto all'odio che le vecchie generazioni di cinesi e coreani nutrono nei confronti dei sudditi del Mikado.
La Terra del Sud era comunque un regime coloniale, con i taiwanesi cittadini di seconda classe. Il romanzo si muove proprio in queste pieghe, tra viaggi in treno panoramici e piatti di maiale brasato, e racconta la complessità di quell'epoca senza semplificarla.
Ad accompagnare Chizuko è Chizuru, interprete taiwanese colta e meticolosa. Tra le due nasce un rapporto intenso, mediato dalle barriere linguistiche e dalle dinamiche di potere coloniale. Sotto forma di una finta traduzione riscoperta dal giapponese, l'autrice costruisce un gioco metaletterario: attraverso note e introduzioni fa riemergere storie coloniali perdute, mostrando come la grande Storia con la "esse" maiuscola finisca per condizionare anche le relazioni più intime.
Taiwan Travelogue funziona su due livelli: è un romanzo d'amore e insieme una critica postcoloniale lucida, che ha conquistato giurie da Taiwan al National Book Award fino al Booker. Racconta come Taiwan, prima di diventare il crocevia geopolitico che vediamo nei telegiornali, sia stata davvero un crocevia di culture e dominazioni diverse: ridurre tutto a un gettone sul tavolo delle relazioni internazionali tra Cina e USA, con l'aggiunta della briscola dei microchip, è una cosa che chiede vendetta.
Coffee break
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Money quote
Il governo degli Stati Uniti, citando motivi di sicurezza nazionale, ha emesso una direttiva sul controllo delle esportazioni che sospende l'accesso a Fable 5 e Mythos 5 da parte di qualsiasi cittadino straniero, sia all'interno che all'esterno degli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri di Anthropic. Il risultato effettivo di questo provvedimento è che dobbiamo disattivare bruscamente Fable 5 e Mythos 5 per tutti i nostri clienti per garantire la conformità alla norma. L'accesso a tutti gli altri modelli Anthropic non subirà variazioni. Abbiamo ricevuto la direttiva dal governo oggi alle 17:21 (ora della costa orientale).
La lettera non forniva dettagli specifici sulla natura del problema di sicurezza nazionale. Da quanto ci risulta, il governo ritiene di essere venuto a conoscenza di un metodo per aggirare i blocchi, o fare il "jailbreak", di Fable 5. Abbiamo esaminato una dimostrazione di questa specifica tecnica utilizzata per identificare un esiguo numero di vulnerabilità minori e già note in precedenza. Queste vulnerabilità appaiono tutte relativamente semplici e abbiamo riscontrato che anche altri modelli disponibili pubblicamente sono in grado di individuarle senza richiedere alcun aggiramento dei sistemi.
– Comunicazione ufficiale (opens new window) del 12 giugno 2026 di Anthropic
Al-Khwarizmi
Essere umani
Due considerazioni sempre sull'intelligenza artificiale per chi scrive codice. Primo, è in corso una vera e propria valanga di contenuto. Sia codice che commento. E questo non è che sia esattamente un bene. Se da un lato ci sono programmatori che hanno deciso di creare nuove cose e finalmente hanno lo spazio oltre che la capacità di farlo, dall'altro c'è chi non lo sa e riempie il mondo di cose senza senso, oppure bombarda i progetti open source (e non solo) di commenti, richieste, osservazioni, bug, generati con l'AI. Una montagna. Ecco perché c'è chi ha deciso di applicare una regola semplice: se stai richiedendo "attenzione umana", dimostra uno "sforzo umano" (opens new window). Ad esempio: "Se utile, invio contenuti generati dall'AI ai compagni di squadra. Ma quando lo faccio, mi preoccupo di etichettare chiaramente ciò che è generato dall'AI e ci metto anche il mio commento. Per le richieste di revisione del codice umano, rivedo sempre prima il mio codice generato dall'AI". (C'è anche di peggio, intendiamoci: le rockstar del codice (opens new window), ad esempio).
Dall'altro lato, l'uso dell'AI è pervasivo ma l'aspetto commerciale è neanche troppo paradossalmente cominciato nel settore degli sviluppatori. Questo vuol dire che stanno cambiando gli strumenti. E questo vuol dire (cosa che a me piace molto) che viene messa in crisi la centralità di alcuni modelli d'uso, come ad esempio le IDE. Cosa le sostituisce? Una nuova idea di terminale, ad esempio. Qui è il caso piuttosto intrigante di Terax (opens new window): un terminale AI leggero con un editor integrato, agenti AI e anteprima web live. Pesa solo 7 MB su disco (è la cosa che mi ha fatto innamorare, qui spiegano come fa (opens new window)). Ha tempi di 300 ms di avvio a freddo e poi: BYOK o completamente locale.
Oppure il caso di Zed (opens new window), che è una IDE nativa per Mac tostissima e atipica, ma cerca di fare anche altro. Infatti, Zed sta costruendo un nuovo sistema di controllo della versione chiamato DeltaDB (opens new window), progettato per supportare la collaborazione continua tra sviluppatori e agenti. A differenza di git, che cattura istantanee ad ogni commit, DeltaDB cattura ogni operazione, consentendo un flusso di lavoro più dinamico e collaborativo. Questo sistema mira a integrare la conversazione e il codice, eliminando la necessità di richieste di pull e discussioni di revisione. Non so se è un'idea sensata (cioè: da utente git, intendo) ma è interessante vedere della creatività al lavoro.
Brew 6.0
Quasi una comunicazione di servizio (ma ci vogliono anche quelle). Homebrew, che è il gestore dei pacchetti per macOS (e Linux, volendo) è arrivato alla versione 6.0.0 (opens new window). Le novità principali: cominciamo con il tap trust, un nuovo meccanismo di sicurezza che richiede fiducia esplicita per i tap di terze parti. Dispone anche di un'API JSON interna più veloce e più piccola, sandboxing su Linux e impostazioni predefinite migliorate in base al feedback degli utenti. Inoltre, la nuova versione include miglioramenti per preparare i pacchetti da distribuire, miglioramenti delle prestazioni e supporto iniziale per macOS 27 Golden Gate.

La coda lunga
La macchina sottocosto in cattedra
Ogni volta che leggo degli entusiasmi sull'AI a scuola e soprattutto nelle università (ma si legge anche parecchio scetticismo (opens new window)) mi torna in mente la mia esperienza di qua e di là dalla cattedra. Una esperienza in cui, a mio avviso, era molto diverso il rapporto con gli studenti quando il lavoro lo si faceva insieme, in aula, con tutta la fatica che comporta. Secondo me ci sono almeno tre buoni motivi per essere scettici sull'idea di regalare un assistente linguistico a docenti e studenti come se fosse un upgrade della connessione wifi (invece, insegnare a usarla è a mio avviso sacrosanto).
Il primo è il più ovvio: gli studenti pagano, in tempo, fatica, spesso anche soldi, per un'esperienza che un'altra persona ha costruito per loro, e se quella persona scarica il lavoro su un LLM, il patto si rompe. Il secondo riguarda l'allenamento: l'università dovrebbe essere il posto dove si impara a pensare con fatica, e se la fatica si toglie di mezzo si toglie anche l'allenamento: è come andare in palestra e usare un robot per sollevare i pesi. Il terzo motivo, quello secondo me più interessante e certamente meno discusso, è economico: le aziende che vendono questi modelli li offrono a prezzi che non coprono i costi reali, e un'università che ci costruisce sopra l'intera infrastruttura didattica rischia di restare agganciata a un fornitore che, il giorno in cui dovrà far pagare il prezzo vero, può ribaltare i conti di chiunque.
Quello che convince meno, in questo genere di discorsi, sono le immagini a effetto usate per rendere più drammatico il punto. Dire che un docente che si fa aiutare dall'AI è come vendere kebab o panini di McDonald dentro un ristorante con la stella Michelin probabilmente ha il gusto del paradosso, ma confonde i piani: una cosa è delegare tutto, un'altra è usare uno strumento per alcune fasi. Anche paragonare l'uso dell'AI alla palestra dove un robot solleva i pesi al posto della persona, come ho fatto anche io poco sopra, nonostante colga il punto su cui si discute è comunque una scelta retorica limitata. Le frasi restano, gli esempi e le metafore convincono, ma non rappresentano necessariamente la verità.
Qui c'è un esempio del perché è necessario sviluppare i muscoli del proprio cervello, per così dire. Le frasi a effetto anche quando azzeccano tuttavia spiegano meno di quel che sembra. Però sono anche il punto di partenza per aiutarci a ragionare. È retorica "buona" e non ci dimentichiamo che la retorica è l'arte di convincere, poi c'è la grammatica, che ha a che fare con l'esprimersi correttamente, e infine c'è la logica per fare dei ragionamenti corretti. In questo trivium io ci vedo una progressione verso la chiarezza di pensiero e la capacità di pensare con la propria testa. Una progressione faticosa, che richiede muscoli mentali, esercizio, capacità di affrontare la fatica del ragionamento, discernendo cos'è convincente ma falso e cosa magari non è convincente ma in ultima analisi è vero.
Usare male l'AI nel momento in cui si forma la capacità del pensiero critico è un ottimo modo per ucciderla nella culla, questa capacità.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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