[Mostly Weekly ~379]
Chi comanda davvero?
A cura di Antonio Dini
Numero 379 ~ 7 giugno 2026
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Ciao Carola (opens new window).
Grazie per aver aperto questa pagina! Mostly Weekly è una newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi. A quanto pare, però, adesso è proprio ossessionata dal tema dell'AI (non si parla quasi d'altro).
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Intanto, buona lettura.

La mia posizione sull'AI è, essenzialmente, che tutti coloro che sono contrari sono troppo contrari e tutti coloro che sono a favore sono troppo favorevoli
– Daniel Jalkut
Se avessi avuto più tempo
Sono in viaggio. Quando sono in viaggio ho meno tempo per ricercare e scrivere Mostly Weekly. Questo si traduce sostanzialmente in quel che scriveva Blaise Pascal: "La presente lettera è molto lunga, semplicemente perché non avevo tempo per farla più breve".
Editoriale
Forever Seventeen
Il mio modo per imparare, oltre a studiare e usare, è ascoltare. Cerco di ascoltare gli altri perché è il modo con il quale arrivano idee, suggerimenti, punti di vista sorprendentemente diversi. Ero a pranzo dai miei amici del cuore e la figlia, 17 anni appena diplomata alla scuola tedesca di Tokyo, mi dice che lei è preoccupata per l'ambiente e usa EcoGPT, del quale io invece non sapevo niente.
In pratica EcoGPT (opens new window) è un chatbot AI che dichiara di consumare il 90% di energia in meno rispetto ai grandi modelli tradizionali, punta su server alimentati da fonti rinnovabili e, per ogni conversazione, contribuisce a piantare alberi nel mondo. L'interfaccia è minimalista, le risposte rapide, le funzioni sostanzialmente le stesse di qualsiasi altro assistente AI: scrittura, ricerca, brainstorming. La differenza è tutta nella promessa ambientale (e nel costo: gratuito oppure 10 dollari al mese per la versione pro). Il modello esiste anche come app per iPhone e Android, ed è lì che probabilmente l'ha trovato una diciassettenne intelligente che vuole usare la tecnologia senza sentirsi in colpa per il pianeta.
Non è finita qui: cercando informazioni ho scoperto che esiste anche un altro progetto, sempre con il nome "EcoGPT", nato da Cornell Tech (opens new window): un programma di ricerca finanziato proprio per capire se gli utenti siano disposti ad accettare risposte leggermente più lente in cambio di un'intelligenza artificiale meno energivora. I ricercatori hanno dimostrato che ritardi di poche centinaia di millisecondi possono migliorare l'efficienza energetica complessiva dei sistemi di 2,5 volte. La domanda scientifica quindi diventa: siamo pronti a rinunciare all'istantaneità per consumare meno? La risposta, per la figlia dei miei amici, è già sì.

Importante
Soft power hi-tech
Per decenni il pellegrinaggio obbligatorio per chiunque volesse capire dove stava andando la tecnologia (me compreso) ha portato a San Francisco, a Cupertino, ai campus di Mountain View. Adesso si sta spostando. Secondo un articolo di Rest of World (opens new window) uscito in questi giorni, sta nascendo un settore nuovo: il turismo tech in Cina. Fondatori di startup, investitori e ingegneri pagano fino a 9000 dollari per tour di tre o cinque giorni tra le fabbriche di veicoli elettrici, i laboratori di robotica e le sedi di aziende AI a Shanghai, Hangzhou e Shenzhen. Il déclencheur, l'innesco, scrive Rest of World (opens new window), è stata la diffusione virale di video con robot umanoidi che ballano e auto volanti, che hanno creato la sensazione concreta che la Cina stia muovendosi più veloce dell'Occidente su tecnologie che fino a ieri sembravano fantascienza tipicamente americana.
Per essere vero turismo organizzato, però, non deve rimanere sulla soglia dei laboratori e delle fabbriche. E infatti la cosa secondo me più interessante è l'organizzazione e la qualità dell'accesso che permette. Chetan Shah, un investitore di Mumbai che ha partecipato a più tour, spiega che potrebbe visitare BYD come turista qualsiasi, ma arriverebbe al massimo allo showroom. Con il tour arriva alla linea di produzione. Ci sono sessioni di domande e risposte con i dirigenti, visite ai parchi tech e agli incubatori, ingressi a conferenze di settore. Un'agenzia di Shanghai, GloPen, ha già ospitato più di mille visitatori in diciotto mesi, con clienti principalmente da Sud-est asiatico, India ed Europa. Un'altra organizzazione, Tech Buzz China, sta portando famiglie americane con figli adolescenti a parlare con ricercatori e stagisti di aziende AI cinesi: l'obiettivo dichiarato è aggiornare le aspettative dei genitori su cosa dovrebbero studiare i loro figli.
Una cosa del genere non succede a caso. C'è un disegno dietro. Probabilmente, almeno in questa ricostruzione, è nata inizialmente dal basso, ma adesso c'è la complicità di Pechino. La Cina, infatti, ha capito il meccanismo e lo alimenta consapevolmente. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha visitato Unitree Robotics a Hangzhou a febbraio, e i video di lui che guarda robot umanoidi eseguire mosse di kung fu (opens new window) sono diventati virali sui social cinesi. Lex Friedman ha annunciato a maggio (opens new window) che andrà in Cina a parlare con gli ingegneri "al cuore della rivoluzione AI cinese".
Tutto questo produce un ciclo che un professore della NYU citato nell'articolo descrive con precisione: qualcuno vede contenuti sulla tech cinese su TikTok o YouTube, la curiosità genera un tour, il tour genera esperienza diretta, l'esperienza diretta diventa contenuto online, il contenuto raggiunge nuovi spettatori. Ogni giro rafforza la percezione che la Cina sia una potenza tecnologica seria, forse la principale. Una volta c'erano voluti il piano Marshall e Hollywood per costruire l'idea che gli Usa fossero la potenza culturalmente e tecnologicamente egemone del XX secolo. Oggi sono i social media con gli influencer e le miriadi di follower-creatori che stanno costruendo il mito della Cina come capitale tech. Se la percezione sia accurata o gonfiata è una questione aperta: è evidente però che il meccanismo sta funzionando.
Italiana
La bicicletta elettrica
Un lettore mi ha scritto una cosa che cito per intero, perché dice in modo schietto quello che molti consulenti aziendali fanno finta di non vedere:
"Se hai un'azienda con 20 dipendenti (con esperienza) e decidi di lasciarne 10 a casa e far fare il lavoro ad agenti AI, i costi aumentano e la produttività scende perché i 10 che restano devono o stare continuamente dietro all'AI per farla funzionare oppure utilizzare un numero spropositato (e costoso!) di token!! Se invece ti tieni tutti e 20 i dipendenti e gli dai un numero contingentato a testa di token (pari al costo di un ventunesimo dipendente), allora la produttività aumenta molto anche del 20/30%!"
Secondo me il ragionamento regge. L'AI non è un sostituto dell'intelligenza umana nel senso che il settore vorrebbe farci credere: è un amplificatore. Funziona bene se c'è qualcuno che sa cosa amplificare, perché l'output di un agente lasciato a se stesso ha bisogno di supervisione costante, e la supervisione ha un costo che si misura sia in tempo umano sia in token. Chi ha fatto i conti sul serio, in azienda, se n'è già accorto.
C'è però un punto che il lettore lascia implicito e che mi sembra il più interessante. L'aumento di produttività del 20-30% che cita mi sembra sensato, ma secondo me racconta solo la parte visibile del fenomeno: le persone fanno di più. Non dice che una quota non trascurabile del lavoro che quelle stesse persone svolgono ogni giorno è lavoro inutile, nel senso tecnico del termine. Riunioni che producono altre riunioni, report che non legge nessuno, procedure nate per coprire responsabilità invece che per ottenere risultati.
L'AI non elimina quel lavoro: lo velocizza. Ma solo se c'è qualcosa da velocizzare, perché esistono anche i lavori inutili, figli di procedure arzigogolate, del cavolo, residuo del passato. A volte, veri e propri ammortizzatori sociali. È lì che sta per abbattersi la scure in modo spietato, a mio avviso. È questo il momento in cui bisognerebbe cercare di pensare in maniera inclusiva.
Multimedia
Notti magiche
Le mitiche Tokyo Funk Sessions 2022 (opens new window) di Nao Yoshioka dal Blue Note di Tokyo.
Lampi di guerra
Frammenti di documentario a colori del 1942 (opens new window), cioè in piena Seconda guerra mondiale. L'occupazione da parte dell'esercito tedesco di Kharkiv, nell'Unione sovietica. Vedere le immagini a colori è uno shock.
Densha de Go!
Stavo guardando un documentario degli anni sessanta sullo shinkansen (opens new window) e a un certo punto ho capito che non stavo guardando un film sui treni: stavo guardando un film sul momento sliding-doors del Giappone del Dopoguerra. Avete presente: quando bisogna decidere chi si vuole diventare e ci si mette un po' la volontà e un po' la fortuna. Quel momento lì, insomma.
Per capirsi: il 1 ottobre 1964, nove giorni prima dell'apertura delle Olimpiadi di Tokyo, il primo Shinkansen partì alle sei del mattino dalla stazione di Tokyo verso Osaka: 550 chilometri in meno di quattro ore, contro le sette abbondanti del treno convenzionale. I lavori erano iniziati nel 1959, in un Paese ancora in piena ricostruzione postbellica. Completarlo in cinque anni era già un'impresa; completarlo in tempo per mostrarlo al mondo davanti alle telecamere olimpiche era una dichiarazione di intenti.
Sessant'anni dopo quello che colpisce non è solo che funzioni ancora con una puntualità misurata in secondi e un record di zero incidenti mortali per collisione o deragliamento. È il livello di cura nei dettagli operativi. I sedili che ruotano automaticamente a fine corsa, sempre nella direzione di marcia, sono l'esempio perfetto: una soluzione così ovvia che nessun altro ci aveva pensato, o che nessun altro aveva il rigore di implementare davvero. Il personale che si inchina all'uscita dal vagone prima di sparire. La velocità massima di 320 km/h. Lo facciamo anche noi, ma loro lo fanno da quarant'anni. Tutto questo lavoro non è basato su una astrazione: dietro invece c'è un'idea molto precisa di cosa si deve a chi viaggia.
A me, come a molti maschi bianchi europei di mezz'età, piacciono i treni. Di più gli aerei, ma anche i treni hanno un posto nel mio cuore, diciamo così. Ma capisco di essere in una nicchia quando aggiungo che in tutto ciò c'è anche una componente videoludica. Densha de Go! (opens new window) è un simulatore arcade e poi per console di Taito, nato nel 1996 (opens new window), in cui si guida una motrice lungo le linee reali di Tokyo. Non uno Shinkansen, per lo più, ma i treni locali della Yamanote, quella linea circolare che gira attorno alla città e che conosco a memoria.
Lo scopo del gioco non è la velocità: è frenare esattamente nel punto giusto, fermarsi al centimetro dalla riga sul marciapiede, rispettare l'orario al secondo. Se ce l'avete, tipo per la Switch, potreste aver comprato il controller apposito, una leva di trazione e di freno (a seconda della direzione in cui si muove) che replica la plancia di guida reale, l'esperienza diventa fisicamente soddisfacente in un modo difficile da spiegare a chi non ha mai provato. È lo stesso principio dello Shinkansen applicato a un videogioco.
Tsundoku
Il clima italiano
C'era un vuoto strano nella letteratura scientifica italiana: non esisteva una storia del clima del nostro Paese, dall'ultima glaciazione a oggi. Luca Mercalli l'ha colmato con Breve storia del clima in Italia (opens new window) (Einaudi, 2025), frutto di quasi quarant'anni di ricerche che il climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana porta avanti con la doppia competenza del ricercatore e del divulgatore. Il libro attraversa 15.000 anni di storia climatica della penisola. È un difficile esercizio di equilibrismo, perché il libro è uscito per Einaudi, non è una pubblicazione di settore: per questo non ci sono grafici né tabelle, ma ci sono tuttavia un'abbondante messe di dati, citazioni e riferimenti storici di ogni tipo: dal passaggio di Annibale sulle Alpi innevate, alla mummia Ötzi come archivio del clima alpino, dalle piene del Tevere nella Roma imperiale, ai diluvi altomedievali, fino alla Piccola età glaciale, alla nevicata epica del 1929, all'alluvione di Firenze del 1966. Ogni evento è al tempo stesso cronaca e documento. Metodo scientifico in azione.
Il pregio principale del libro è anche, in certi tratti, il suo limite: Mercalli si muove continuamente tra il livello astratto della ricostruzione paleoclimatica e il dettaglio delle fonti numeriche, e il ritmo a volte diventa discontinuo, quasi da banca dati narrativa. Chi legge per capire il quadro generale può sentirsi rallentare da sequenze molto precise su dati locali o regionali. Ma è un difetto che deriva da un'ambizione legittima: il libro è anche una mappa di ciò che sappiamo e di ciò che resta ancora da esplorare nel patrimonio climatico italiano, che Mercalli descrive come immenso e in larga parte non ancora analizzato sistematicamente. Arriva sul mercato in un momento in cui il tema, a causa del mutamento climatico, non è più di nicchia, e leggendolo si acquista una comprensione del presente che ha radici molto più profonde del solito.
Coffee break
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Money quote
Tokyo è una città che ti inghiotte. Una città grande, piena di gente, piena di cose strane, piena di belle ragazze. Una città dove è facile perdersi, dove è facile sparire. Ma proprio per questo è affascinante: perché ti costringe a cercarti
– Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia
Al-Khwarizmi
No-Vibe-Code
Uso Vim da anni. Non lo uso perché sia figo usarlo, né per nostalgia, né perché mi piace il minimalismo come estetica. Lo uso perché funziona come voglio, ed è diventato una pratica istintiva: non lo uso in modo sofisticato (non sono un programmatore) ma quando devo fare cose nel terminale è il mio strumento.
Capisco quindi molto bene la notizia di questa settimana: Vim Classic 8.3 (opens new window) è un fork di Vim realizzato da Drew DeVault, sviluppatore e attivista open source, basato su Vim 8.2 e mantenuto, come recita il sito, "senza l'assistenza di strumenti di AI generativa." Il motivo è semplice: sia Vim che NeoVim hanno cominciato a usare LLM per sviluppare il software, e DeVault non vuole quel tipo di codice nel suo editor. Ha scritto un post che si chiama "A eulogy for Vim" (opens new window), come un necrologio, ed è partito il fork.
Questo accade mentre il codice scritto dall'AI è ormai la norma nelle grandi aziende tecnologiche: Dario Amodei di Anthropic ha dichiarato pubblicamente (opens new window) che "l'80 percento del codice di Claude è scritto da Claude stesso" e Google ha cifre simili. Dall'altra parte, Microsoft ha appena tagliato le licenze interne di Claude Code (opens new window) per 5000 ingegneri perché il costo mensile per persona aveva raggiunto i duemila dollari. In quel caso non è un rifiuto ideologico, ma c'è invece un problema di budget e di strategia: perché i dipendenti non usano Copilot.
Nel mezzo di tutto questo, però, sta prendendo forma qualcosa di diverso: una serie di progetti open source che adottano politiche esplicite di rifiuto del codice generato da AI. Cloud Hypervisor, che vive sotto The Linux Foundation con contributi di Google, Intel, Amazon e Red Hat, ha introdotto una policy formale (opens new window) che esclude qualsiasi contributo derivato da LLM, citando rischi legali sul copyright e qualità del codice.
La cosa interessante non è il rifiuto in sé, che può sembrare reazionario o ingenuo, ma quello che rivela sul momento in cui siamo. Il vibe coding, scrivere software descrivendo a parole cosa si vuole e lasciando fare all'AI, ha reso il terminale un posto dove convivono due culture sempre più distanti: da un lato chi considera la riga di comando un pannello di controllo per agenti autonomi, dall'altro chi la usa come ha sempre fatto, con la propria testa e le proprie dita, e vuole che il codice che usa rifletta quella scelta. È lo stesso meccanismo culturale del vinile e delle musicassette nel mondo audio: non nostalgia, ma la scelta consapevole di un processo che ha un peso specifico.
Non c'è una conclusione perché non ho strumenti né competenze su come valutare se Vim Classic sia migliore di Vim "Regular". Secondo me, però, questo fenomeno sta cominciando a prendere una forma che presto influenzerà anche altri ambiti, non solo i programmatori.
Storia virtuale
Tutti i sistemi operativi del mondo, o quasi. Virtual OS Museum (opens new window) è un museo virtuale di sistemi operativi (e applicazioni autonome) in esecuzione sotto emulazione, implementato come VM Linux per QEMU, VirtualBox o UTM. Bellissimo.

La coda lunga
Ne può più la penna
La settimana scorsa un amico mi ha girato una notizia (opens new window) che, se vera, vale la pena considerare con attenzione. Un ricercatore di nome Linch Zhang ha passato alcune sezioni della Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV sull'intelligenza artificiale di cui scrivevo anche io due settimane fa (opens new window), attraverso Pangram, uno degli strumenti di rilevazione di testo generato dall'AI considerati più affidabili. Il risultato: il 62% del primo capitolo classificato come generato da macchina, e una media del 46% sull'intero campione analizzato da The Verge. A margine: la parola "genuinely" compare nove volte nel documento, contro zero nelle encicliche precedenti di lunghezza comparabile. È una firma stilistica associata a Claude di Anthropic. Il Vaticano non ha commentato.
Il punto non è se l'enciclica sia stata scritta da un'AI. I rilevatori sbagliano, il falso positivo esiste. Senza contare una cosa che penso spesso anche di come scrivo io quando scrivo "da giornalista": la prosa teologica formale condivide con i modelli linguistici alcune caratteristiche di superficie che li fanno sembrare imparentati, non foss'altro perché sono parte del corpus con il quale gli LLM vengono addestrati.
Il punto è che Chris Olah, cofondatore di Anthropic, era seduto in prima fila alla presentazione ufficiale del documento nell'Aula del Sinodo, invitato dal Papa stesso. La sua presenza non è ambigua: non era un ospite di cortesia, era uno dei relatori principali. Quando l'istituzione più antica d'Occidente invita il cofondatore di un'azienda AI alla presentazione del suo documento dottrinale più importante dell'anno, l'ipotesi che ci sia stata una qualche forma di collaborazione non è così impossibile.
Ognuno è libero di fare quel che vuole, ovviamente. Quello che rende la storia strutturalmente interessante è il contrasto con quello che lo stesso Leone XIV aveva detto tre mesi prima (opens new window), nel febbraio 2026, ai sacerdoti della diocesi di Roma: resistete alla tentazione di usare l'AI per le omelie, perché l'AI non potrà mai farsi carico della fede. Un invito diretto, fatto a braccio, con un notevole implicito: gli esseri umani hanno un'intenzione che la macchina non ha, e nel caso della fede, la cosa diventa ancora più complessa. Certo, per la dottrina la tecnologia nelle sue varie manifestazioni è un dono di Dio, ma c'è da pensare lo stesso.
Il passaggio mi torna in mente non perché ci sia necessariamente una contraddizione (un'enciclica e un'omelia parrocchiale sono cose diverse, e il vicario di Cristo può legittimamente aggiungere al suo staff già corposo anche l'AI) ma perché la questione si allarga. Se un documento dottrinale molto importante di un'istituzione con 1,3 miliardi di fedeli può essere redatto con l'assistenza dell'AI, la domanda secondo me diventa: cosa accade agli altri testi che portano una firma e sottintendono un'autorità, come un contratto, una sentenza, una legge? Insomma, se fosse vero, il Santo Padre (o meglio, il suo team) avrebbe formalmente sdoganato l'AI per tutti noi che scriviamo?
PS: a scanso di equivoci. Sono convinto che sia più che lecito usare l'AI per scrivere, a patto di rileggere, verificare e correggere quel che si è scritto. Cioè far proprio il testo, mantenendo la possibilità anche di scartarlo, in tutto o in parte. Praticamente riscriverlo o buttarlo.
Sarebbe difficile da spiegare al mondo se il Papa fosse da solo e desse un prompt di tre righe (tipo: "Ciao, sono il Papa, scrivimi una enciclica di trecento pagine su Fede e AI") e prendesse il risultato senza neanche rileggerlo.
Ma inserire l'AI in un processo collaborativo non mi pare una cosa brutta se non per la privacy e l'impatto ambientale.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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